Tra l’eco dei brindisi di Capodanno e il fumo nero che ha avvolto Le Constellation, il tempo si è fatto sottile. L’Italia sportiva trattiene il fiato, sospesa tra una notizia che sa di addio e una certezza che solo il DNA può dare.
La tragedia di Crans-Montana ha colpito durissimo. Le fonti federali del golf italiano hanno espresso cordoglio per Emanuele Galeppini, 16 anni, talento cresciuto tra Genova e Dubai. La famiglia chiede cautela. Lo zio, Sebastiano Galeppini, ha scritto sui social: “Per il momento Emanuele è ancora nella lista dei dispersi e stiamo aspettando il risultato del dna”. È il punto da cui partire: il riconoscimento ufficiale non c’è. È giusto dirlo con chiarezza.
Il locale era il Le Constellation, nel Canton Vallese. La notte del 31 dicembre si è trasformata in un rogo. Nel caos, è stato ritrovato il cellulare di Emanuele. Da allora, ore lente. Telefonate, elenchi, verifiche. E una comunità sportiva che spera, mentre si prepara al peggio.
Secondo l’ultimo aggiornamento della Farnesina, gli italiani coinvolti sono 19: 3 trasferiti al Niguarda di Milano, 10 ospedalizzati in Svizzera (per due restano da confermare struttura e condizioni), 6 ancora dispersi. Il totale delle vittime accertate è 47, con 5 salme in attesa di identificazione. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani è sul posto. L’inchiesta è in corso. La collaborazione con le autorità svizzere è definita “positiva”. L’Italia ha messo a disposizione la propria polizia scientifica per supportare le identificazioni e un team di psicologi per i familiari.
Tajani ha sottolineato che l’uso di piccoli fuochi d’artificio in un ambiente chiuso “non sembra una scelta responsabile”. Gli inquirenti lavorano per accertare eventuali responsabilità. Non ci sono conclusioni definitive.
A metà di questa storia c’è Emanuele. Avrebbe compiuto 17 anni tra pochi giorni. Nato a Genova, cresciuto a Dubai con i genitori, tornava a Rapallo per l’estate. Sul green ligure è nata la sua passione. Allenamenti, gare, silenzi lunghi tra un colpo e l’altro. Gli addetti ai lavori lo descrivevano come promettente, tecnico, sorprendentemente maturo nelle giornate “no”.
Nell’aprile 2025 ha vinto l’Omega Dubai Creek Amateur Open. Ha preso parte al King Hamad Trophy in Bahrein e alla UAE Cup ad Al Ain. Sui profili pubblici si definiva “full chef”, con l’ironia di chi sta ancora scegliendo tutto. Era tifoso del Genoa, radici ben piantate anche a migliaia di chilometri. Dettagli che costruiscono un volto, senza trasformarlo in un santino. Il ranking internazionale lo collocava intorno alla posizione 2440, dato coerente con un percorso agli inizi, ma già visibile.
L’identificazione potrà arrivare solo dal confronto del DNA. La parte umana è ciò che resta intorno: uno spogliatoio di messaggi, i compagni di campo che ricordano un drive teso, un approccio pulito, una risata dopo un errore. La Liguria e Dubai, lontane e vicine, unite dallo stesso nodo in gola.
Una porta antincendio che si apre. Una scintilla che non scocca. Un addetto che dice “no” al posto giusto. Intanto, fuori dalle piste, la neve cade piano. E su un fairway immaginario, nel bianco dell’Alpe, qualcuno allinea il putt più difficile: quello che chiede di tenere insieme memoria, responsabilità e futuro. Dove vogliamo farlo atterrare, quel colpo?
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