Era stato espulso dal treno e dall’Italia: il movente dietro l’assassinio del capotreno a Bologna

Una sera d’inverno, un treno in ritardo, un volto già visto. Bologna trattiene il fiato mentre i binari raccontano una storia che parte da un ordine su carta e finisce nel sangue. In mezzo, regole, scelte, occasioni mancate.

Il volto dell'omicida del capotreno a Bologna
Era stato espulso dal treno e dall’Italia: il movente dietro l’assassinio del capotreno a Bologna – marciadellsalute.it

Anche quando il rumore dei treni copre tutto. Qui, negli ultimi giorni, un uomo è caduto. Si chiamava Alessandro Ambrosio. Lavorava in ferrovia. Aveva colleghi, abitudini, attenzione per le regole. Chi lo conosce parla di calma e di metodo. Nessuna teatralità, solo lavoro.

Poi arriva un nome che suona già sentito. Marin Jelenic. Non un fantasma, non un estraneo. Un passeggero problematico, dicono. “Un giorno l’aveva trovato a bordo e fatto scendere”, ricordano i colleghi di Ambrosio. Gestualità misurata, tono fermo. La routine di chi tutela la sicurezza ferroviaria e il diritto di viaggio degli altri.

Un omicidio a Bologna (con l’omicida espulso il 23 dicembre)

Il fatto di sangue scuote la città. Un omicidio a Bologna non è mai un titolo qualunque. Ma qui la trama si complica con i documenti. Il 23 dicembre il prefetto di Milano firma un decreto di espulsione: Jelenic deve lasciare l’Italia. È un atto formale, con tempi e modalità previste dalla legge. Di solito scattano “ordine di lasciare il territorio” entro pochi giorni, eventuale accompagnamento, divieto di reingresso. Passaggi tecnici, verificabili. Eppure qualcosa non tiene.

Cosa è successo tra la carta e la realtà? Non sappiamo se l’ordine sia stato notificato in modo effettivo. Non sappiamo se siano partiti i controlli successivi. Manca un dettaglio chiave: chi ha verificato che l’espulsione dall’Italia avesse un esito concreto? Senza risposte, restano i binari della domanda.

Un tassello, però, diventa centrale. La relazione tra i due. Jelenic, tempo prima, allontanato da un treno. Ambrosio, uomo di bordo, chiamato a far rispettare regole che non piacciono a tutti. Qui l’ipotesi di movente prende forma. Un possibile risentimento. Una vendetta costruita su una frustrazione. Gli inquirenti valutano la pista, ma non danno certezze. E noi no: non c’è conferma definitiva sul nesso causale diretto tra quell’episodio e l’aggressione.

Gli addetti di bordo possono far scendere chi è privo di titolo o crea pericolo. Sono previsti interventi della Polfer, ma i tempi dipendono da chiamate e disponibilità. Le aziende formano il personale su de-escalation e segnalazioni. La coperta resta corta: notti affollate, tratte critiche, turni stanchi.

Un ordine di lasciare il territorio richiede monitoraggio e, se serve, esecuzione coattiva. Senza coordinamento tra Prefettura, Questura e frontiera, la misura resta sulla carta. Non abbiamo dati certi sulle verifiche successive al 23 dicembre. Questo è il vuoto che pesa.

Il quadro, a questo punto, mostra una linea continua: l’allontanamento dal treno, il decreto di espulsione, l’incontro finale a Bologna. Dentro ci sono persone, non solo pratiche. Un ferroviere che applica norme. Un uomo che la legge espelle. Una città che si chiede quanto valga, davvero, un provvedimento non eseguito.

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